Quando scatta il licenziamento per comportamenti sui social?

Affermazioni offensive o che ledono l'immagine aziendale, il comportamento da tenere sui social network da dipendenti deve essere consono

social e licenziamento
















Post e commenti sui social network possono costare il posto di lavoro quando si risolvono in un gratuito attacco all’immagine dell’azienda, a prescindere dal concreto danno procurato nell’immediatezza al proprio datore.


A pesare sulla legittimità delle sanzioni disciplinari irrogate dalle aziende per i commenti scritti dai lavoratori sui social network è soprattutto il giudizio di proporzionalità. Si tratta di una valutazione complessa che deve basarsi sul corretto bilanciamento di una serie di elementi oggettivi e soggettivi che vanno dalla gravità dell’addebito al contesto, fino all’intensità del «profilo intenzionale» del lavoratore.


Dipendenti pubblici, dipendenti privati e commenti online


Non tutti sanno che l’articolo 10 del Codice di comportamento dei pubblici dipendentivieta espressamente di pubblicare online sotto qualsiasi forma «dichiarazioni inerenti all’attività lavorativa, indipendentemente dal contenuto, se esse siano riconducibili, in via diretta o indiretta, all’ente». Questo significa che, a prescindere dal fatto che il commento sia denigratorio o meno, non è comunque lecito parlare del datore di lavoro se questo è una Pubblica Amministrazione.


Non esiste invece un corrispondente divieto nel settore privato. I dipendenti sono liberi di parlare dell’azienda per cui lavorano, ma facendo sempre attenzione a non danneggiarne l’immagine con offese gratuite. Il diritto di critica, riconosciuto dalla nostra Costituzione, deve sempre rapportarsi ai limiti di proporzionalità e moderazione.


Frasi generiche


Secondo il tribunale di Taranto non possono essere considerate offensive le frasi generiche, senza riferimenti all’azienda o al proprio datore di lavoro. Così il dipendente che si limita a pubblicare commenti sul mobbing aziendale aggiungendo di «continuare a viverlo», va esente da responsabilità se non fa alcun riferimento all’azienda di appartenenza, che non può desumersi da altri elementi.


Recensioni negative


Pubblicare su Internet recensioni negative o voti bassi per l’azienda per cui si lavora è un illecito disciplinare perché idoneo a portare potenziali clienti, fornitori o dipendenti a non avviare affatto rapporti con la società recensita. Non rileva che non ci sia stata una flessione significativa nel punteggio assegnato all’azienda su Google.


Il comportamento però non può considerarsi tanto grave da determinare il licenziamento. A questa conclusione è arrivato, di recente, il tribunale di Ancona. Nel caso di specie, un dipendente aveva pubblicato un commento su Google My Business, pubblicando la frase «Lasciate ogni speranza…». Secondo i giudici, il riferimento agli inferi è sicuramente diffamatorio visto che anche le frasi ironiche o allusive possono essere offensive e ledere il rapporto di fiducia con il datore di lavoro; ma non si tratta di un comportamento tanto grave da determinare la risoluzione del contratto.


Si può essere licenziati per un like?


Sui social network, le espressioni – anche quelle diffamatorie – possono essere manifestate in diversi modi, non solo tramite la pubblicazione di un post, ma anche con un like (che manifesta l’adesione al pensiero altrui), un emoji, la condivisione di un altrui commento, un hashtag.

A riguardo, secondo il tribunale di Crotone, la condotta del lavoratore che contribuisce a diffondere commenti denigratori rivolti all’azienda per la quale lavora tramite condivisioni e “like” è connotata da particolare offensività ed è di una gravità tale da pregiudicare la fiducia con il datore di lavoro.


Con riferimento peraltro agli hashtagaggiunti ai commenti che per il giudice «contribuiscono alla maggiore diffusione del messaggio rispetto ai quali dimostrano condivisione».

Di diverso avviso è però la Corte Europea dei diritti dell’uomo: secondo la Cedu non basta un “mi piace” su un post su Facebook per legittimare il licenziamento, perché sarebbe in contrasto con l’articolo 10 della Carta europea dei diritti dell’Ue che tutela la libertà di espressione.


Il gruppo chiuso dei dipendenti


In passato, la giurisprudenza ha escluso che possa essere causa di licenziamento il fatto di condividere, in una chat interna tra soli dipendenti, dei commenti negativi nei confronti del datore di lavoro. Quest’ultimo non potrebbe entrare dentro le conversazioni riservate dei propri dipendenti. L’eventuale prova, anche se acquisita in modo lecito (ad esempio attraverso la segnalazione di un lavoratore), sarebbe illegittima.


Secondo la Cassazione, non si può sanzionare il dipendente che insulta il proprio datore di lavoro in una chat di colleghi. In questi casi, le espressioni rivolte a una chat sono comunicazioni private che escludono la volontà dei partecipanti di condividerle all’esterno e, quindi, deve prevalere l’esigenza di tutelare la segretezza della corrispondenza, dettata dall’articolo 15 della Costituzione.



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