LA RIFORMA DEL PROCESSO PENALE, TRA PRESCRIZIONE ED INDAGINI

Con la Riforma Cartabia si allungano i tempi delle indagini preliminari e si conferma lo stop alla prescrizione




















Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera alla riforma Cartabia sulla giustizia ed in particolare alla riforma del processo penale.


Analizziamone i punti fondamentali:


I termini di durata delle indagini preliminari non saranno sempre di sei mesi com’è oggi per tutti i reati ma vengono così riscritti:

  • sei mesi dalla data in cui il nome della persona alla quale il reato è attribuito è iscritto nel registro delle notizie di reato, per le contravvenzioni;

  • un anno e sei mesi, quando si procede per gravi delitti come quelli di mafia e terrorismo o traffico di stupefacenti (quelli indicati nell’articolo 407, comma 2, del Codice di procedura penale);

  • un anno, in tutti gli altri casi.

Nel caso di particolare complessità delle indagini, il pubblico ministero (pm) potrà chiedere una sola proroga della durata di sei mesi.

Il pubblico ministero potrà chiedere il rinvio a giudizio solo quando gli elementi di prova raccolti nel corso delle indagini permettano di coltivare «una ragionevole previsione di condanna», partendo da un dato che vede in primo grado le assoluzioni attestarsi su un livello assai elevato, pari al 40 per cento.

In caso di stasi del fascicolo, si prevede l’intervento del gip (giudice per le indagini preliminari) per indurre il pm a prendere le sue decisioni.

È garanzia per l’indagato di non restare sotto indagine troppo a lungo; e garanzia per la vittima di dare un impulso al fascicolo fermo, anche per evitare la prescrizione del reato.


Viene confermato lo stop della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, ma tempi certi per i processi d’appello (2 anni) e Cassazione (1 anno).

Ci sarà la possibilità di proroga ulteriore (in appello di un anno, fino quindi a complessivi 3 anni; in Cassazione di 6 mesi, fino a complessivi 1 anno e 6 mesi) per reati gravi e processi complessi. In caso di mancato rispetto dei termini, scatta l’improcedibilità. Sono esclusi i reati imprescrittibili (puniti con l’ergastolo).


Vengono confermate le proposte del ddl Bonafede per alcune limitate ipotesi di inappellabilità delle sentenze di primo grado. Resta in via generale la possibilità- tanto del pm, quanto dell’imputato- di presentare appello contro le sentenze di condanna e proscioglimento. Si recepisce un principio giurisprudenziale sull’inammissibilità dell’appello per aspecificità dei motivi. Non si propone, invece, il cosiddetto appello a critica vincolata.


Si prevede che, quando la pena detentiva da applicare supera due anni (patteggiamentoallargato), l’accordo tra imputato e pm potrà estendersi alle pene accessorie e alla loro durata, nonché alla confisca facoltativa e alla determinazione del suo oggetto e ammontare. Nell’abbreviato, si prevede che la pena inflitta sia ulteriormente ridotta di un sesto, nel caso di mancata proposizione di impugnazione.


Per evitare processi per fatti marginali si rafforza la causa di non punibilità per tenuità del fatto, estendendola a tutti i reati sanzionati con la pena detentiva non superiore nel minimo a 2 anni e si valorizza la condotta successiva al reato come elemento da considerare per l’accesso al beneficio. Messa alla prova poi allargata sino a comprendere i reati puniti con pena detentiva non superiore a 6 anni.


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