Il reato e l'assoluzione per il mancato versamento dell'Iva

Quando scatta il reato di mancato pagamento dell’Iva e quando l’impossibilità oggettiva è causa di giustificazione

Cartelle dei contributi dell'Iva
Il mancato pagamento dell'Iva



















Il reato di omesso versamento dell’Iva e l’assoluzione dalla relativa incriminazione sono oggetto di apposita regolamentazione da parte della legge, per come di recente interpretata dalla Cassazione. Vale la pena ricordare quali sono le condizioni affinché si configuri l’illecito penale e quando è possibile ottenere l’archiviazione del procedimento e il relativo proscioglimento.


Reato di omesso versamento Iva


Il reato di omesso versamento Iva si configura quando il contribuente – sia esso persona fisica o giuridica – non versa l’imposta, dovuta sulla base della dichiarazione annuale, per un ammontare superiore a 250.000 euro, entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo di imposta successivo (27 dicembre).

Il reato si può configurare se è stata presentata la dichiarazione annuale da cui risulti l’imposta dovuta e non versata; pertanto, non c’è concorso con i reati di dichiarazione omessa o infedele.

Il reato è punito con la reclusione da 6 mesi a 2 anni.

Oltre alla sanzione penale si applicano anche le sanzioni amministrative conseguenti all’illecito tributario, con conseguente aggravio del debito


Chi è responsabile del reato di omesso versamento Iva?


Del reato di omesso versamento Iva rispondono sia il contribuente persona fisica (ad esempio l’imprenditore individuale, il professionista, ecc.) che il contribuente persona giuridica. Pertanto, in caso di società, risponde del reato l’amministratore in carica al 27 dicembre del periodo d’imposta successivo e non chi, pur avendo presentato la dichiarazione annuale, non sia poi tenuto, anche per fatti sopravvenuti, al pagamento dell’imposta nel suddetto termine.

Resta ferma la possibilità, talvolta affermata dai giudici di merito, che possa rispondere a titolo di concorso nel reato in questione anche l’amministratore dimissionario che, avendo omesso sia di versare l’Iva dovuta alle scadenze periodiche, sia di accantonare le somme necessarie a far fronte all’obbligo tributario, abbia lasciato la rappresentanza della società pochi giorni prima della scadenza prevista dalla norma.


Impossibilità a versare l’Iva


L’impossibilità a versare l’Iva può scagionare l’imprenditore. Deve tuttavia trattarsi di una impossibilità oggettiva, conseguente da un lato alla totale mancanza di disponibilità economiche e, dall’altro, dall’assenza di qualsiasi dolo, ossia volontà. Pertanto, secondo la Cassazione, la ridotta liquidità che porti l’imprenditore a scegliere di pagare gli stipendi ai dipendenti piuttosto che l’Iva allo Stato non è condizione per ottenere l’assoluzione.


Nonostante quindi qualche pronuncia contraria, la Suprema Corte ha finora negato ogni rilievo alla circostanza in questione, a meno che le precarie condizioni economiche del contribuente non siano determinate da eventi eccezionali e di rilevante dimensione.


Omesso versamento Iva e assoluzione


L’articolo 131-bis del Codice penale prevede una causa di non punibilità: la cosiddetta particolare tenuità del fatto. Tutte le volte in cui le conseguenze del reato sono lievi e non destano allarme sociale, se il reato viene punito con la pena pecuniaria e/o con la detenzione non superiore a 5 anni, l’imputato può ottenere l’assoluzione. Non subisce così la sanzione penale: restano ferme la sanzione tributaria e la fedina penale macchiata.


Ci si è chiesto se la particolare tenuità del fatto sia applicabile all’omesso versamento Iva. Sicuramente, ciò è escluso nei casi di recidiva, ossia di reiterazione della condotta.

Inoltre, la Cassazione ha di recente chiarito che la non punibilità per particolare tenuità del fatto, in ipotesi di omesso versamento Iva, può essere negata se il mancato pagamento ha superato di circa il 14% la soglia di punibilità.


Nella pronuncia in questione si afferma che, in tema di omesso versamento Iva, la causa di non punibilità è applicabile laddove l’omissione abbia riguardato un ammontare di poco superiore la soglia penale (250mila euro). Ciò in quanto il grado di offensività che fonda il reato è stato valutato dal legislatore nell’individuazione di una soglia di rilevanza penale.


Sempre in tema di reati tributari, ma con riferimento alla dichiarazione infedele, la Suprema Corte con un’altra sentenza ha ritenuto che l’ammissione alla messa alla prova debba essere subordinata all’estinzione del debito tributario. La pronuncia contrasta con un precedente orientamento della stessa Cassazione secondo cui, invece, non si può subordinare la fruizione del particolare istituto al pagamento del debito tributario.


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