COSA SI RISCHIA AD INSULTARE SUI SOCIAL?

Chi compie il reato di diffamazione sul web e cosa rischia?


I social sono uno strumento che ha cambiato la vita di tutti in meglio, utili a molteplici funzioni, hanno dato il diritto di esprimersi a chiunque, in qualunque momento e parte del mondo.


Il diritto di parola comune ha dato anche modo alla replica che, però, spesso viene usata in maniera illegittima, utilizzando modi che sfociano nella denigrazione e nell'insulto facile, forti di essere seduti dietro ad uno schermo e di non avere "l'avversario" faccia a faccia.


Gli insulti infatti sono punibili secondo il codice penale sotto l'accusa di diffamazione (anche aggravata) denunciandoli al proprio avvocato, alla polizia postale o carabinieri, entro 3 mesi dall'intercorrere delle frase ingiuriose e con le relative prove prese dai proprio profili.


Saper dire cosa si rischia ad insultare su internet significa, innanzitutto, definire qual è il punto di non ritorno, il termine che non può ritenersi giustificato dal lessico moderno dei social.

Di seguito cercheremo di darvi una risposta consapevoli però che non esiste un vocabolario definito in materia.


Più volte la Corte di Cassazione si è espressa sulla scottante questione: ebbene insultare con commenti offensivi sui social, ferire la dignità altrui con foto e post che ne compromettano la reputazione, rappresenta una forma di diffamazione in toto analoga al reato descritto dall’art. 595 del Codice Penale.


Facendo ordine nelle sentenze proclamate in materia possiamo dire che i presupposti per la configurazione del reato di diffamazione comprendono


1) L’indicazione del soggetto al quale le ingiurie sono riferite, non necessariamente nome e cognome

2) La consapevolezza, di utilizzare un linguaggio atto ad arrecare una grave offesa e ferire la moralità di qualcuno.

3) Mettere in atto una comunicazione che coinvolga più persone, sapendo che il post potrebbe sfuggire al controllo ed essere ricondiviso


La Cassazione penale con sentenza n. 24431/2015 ha riconosciuto la pubblicazione di frasi offensive sulla bacheca di Facebook come aggravante del reato di diffamazione poiché mezzo potenzialmente in grado di coinvolgere un numero indeterminato di persone, rendendo difficile, quasi impossibile, bloccare la diffusione delle ingiurie in questione.


Una successiva sentenza della Cassazione (sez V n. 3981/2015), puntualizzava che il contenuto del messaggio deve essere concretamente offensivo e diffamatorio e che pertanto non possano bastare dei commenti, anche provocatori, inseriti in una discussione affinché si configuri il reato di diffamazione.


L’offesa deve minare la reputazione di una persona ed essere tale da lederne la qualità della vita personale, lavorativa o sociale.

Cosa rischiano in concreto i leoni da tastiera o Haters?

Rischiano la reclusione fino ad un anno o una multa fino a 1.032 euro che può arrivare a 2 anni o 2.065 euro di multa qualora, oltre ad una offesa genericamente formulata venga anche attribuito un episodio o una condotta determinata.


Il compito di determinare i confini della diffamazione spetta, come consueto, al giudice.


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